Blog dedicato a tutti i fratelli e sorelle consacrati al CUORE IMMACOLATO di MARIA SS. che vogliono fare un vero cammino di fede,inspirato da Lolek (San Giovanni Paolo II) in attesa del glorioso ritorno di CRISTO. Totus tuus ego sum,Maria,et omnia mea tua sunt!
Translate
venerdì 20 settembre 2013
Il Papa: no all'idolatria del denaro, non si può andare a Messa e poi farsi i propri affari.
“Non si può servire Dio e il denaro”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia partendo dalle parole di San Paolo sul rapporto “fra la strada di Gesù Cristo e il denaro”. C’è qualcosa “nell’atteggiamento di amore verso il denaro – ha osservato – che ci allontana da Dio”. Ci sono “tante malattie, tanti peccati, ma Gesù – ha detto – su questo sottolinea tanto”: “l’avidità del denaro, infatti, è la radice di tutti i mali”. Presi da “questo desiderio”, ha constatato il Papa, “alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti”. E con amarezza ha aggiunto: “E’ tanto il potere del denaro, che ti fa deviare dalla fede, pure”, addirittura “ti toglie la fede: la indebolisce e tu la perdi!”:
“Ma il denaro anche ammala il pensiero, anche ammala la fede e la fa andare per un’altra strada. Queste parole oziose, discussioni inutili… E va più avanti… Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la religione come fonte di guadagno. ‘Io sono cattolico, io vado a Messa, perché quello mi dà un certo status. Sono guardato bene… Ma sotto faccio i miei affari, no? Sono un cultore del denaro’. E qui dice una parola, che la troviamo tanto, tanto frequentemente sui giornali: ‘Uomini corrotti nella mente’. Il denaro corrompe! Non c’è via di uscita”.
Se scegli “la via del denaro”, ha aggiunto, “alla fine sarai un corrotto”. Il denaro, ha detto ancora, “ha questa seduzione di farti scivolare lentamente nella tua perdizione”. Ecco perché, ha avvertito, “Gesù è tanto forte” su questo argomento:
“‘Non puoi servire Dio e il denaro’. Non si può: o l’uno o l’altro! E questo non è comunismo, eh! Questo è Vangelo puro! Queste sono le parole di Gesù! Cosa succede col denaro? Il denaro ti offre un certo benessere all’inizio. Ma. va bene... Poi ti senti un po’ importante e viene la vanità. Lo abbiamo letto nel Salmo che viene questa vanità. Questa vanità che non serve, ma tu ti senti una persona importante: quella è la vanità. E dalla vanità alla superbia, all’orgoglio. Sono tre scalini: la ricchezza, la vanità e l’orgoglio”.
“Nessuno – ha detto ancora – può salvarsi col denaro!”. Tuttavia, ha osservato, “il diavolo prende sempre questa strada di tentazioni: la ricchezza, per sentirti sufficiente; la vanità, per sentirti importante; e, alla fine, l’orgoglio, la superbia: è proprio il suo linguaggio la superbia”:
“‘Ma, Padre, io leggo i Dieci Comandamenti e nessuno parla male del denaro. Contro che Comandamento si pecca quando uno fa un’azione per il denaro’”. 'Contro il primo! Pecchi di idolatria! Ecco il perché: perché il denaro diventa idolo e tu dai culto!' E per questo Gesù ci dice: 'Non puoi servire all’idolo denaro e al Dio Vivente: o uno o l’altro'. I primi Padri della Chiesa - parlo del secolo III, più o meno anno 200, anno 300 - dicevano una parola forte: ‘Il denaro è lo sterco del diavolo’. E così, perché ci fa idolatri e ammala la nostra mente con l’orgoglio e ci fa maniaci di questioni oziose e ci allontana dalla fede, corrompe’”.
San Paolo, ha detto il Papa, ci dice di evitare queste cose, ma di tendere “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità”. E anche alla pazienza, “contro la vanità e l’orgoglio” e “alla mitezza”. Questa, ha affermato Papa Francesco, è “la strada di Dio, non quella del potere idolatrico che può darti il denaro”. E’ l’umiltà “la strada per servire Dio”. “Che il Signore – ha concluso – aiuti tutti noi a non cadere nella trappola dell’idolatria del denaro”.
mercoledì 18 settembre 2013
Nuovo appello del Papa: la tragedia in Siria può essere risolta solo col dialogo e nel rispetto della giustizia.
Il prossimo 21 settembre, come ogni anno – ha ricordato il Papa - le Nazioni Unite celebreranno la «Giornata Internazionale della Pace», ed il Consiglio Ecumenico delle Chiese si appella ai suoi membri affinché in tale giorno preghino per la pace. Di qui la sua esortazione:
“Invito i cattolici di tutto il mondo ad unirsi agli altri cristiani per continuare ad implorare da Dio il dono della pace nei luoghi più tormentati del nostro pianeta. Possa la pace, dono di Gesù, abitare sempre nei nostri cuori e sostenere i propositi e le azioni dei responsabili delle Nazioni e di tutti gli uomini di buona volontà”.
Il Papa chiede a tutti un preciso impegno: “incoraggiare gli sforzi per una soluzione diplomatica e politica dei focolai di guerra che ancora preoccupano”:
“Il mio pensiero va specialmente alla cara popolazione siriana, la cui tragedia umana può essere risolta solo con il dialogo e la trattativa, nel rispetto della giustizia e della dignità di ogni persona, specialmente i più deboli e indifesi”.
Della difficile situazione in Medio Oriente il Papa ha accennato anche nel suo saluto ai fedeli di lingua araba, rivolgendosi in particolare ai vescovi della Chiesa latina di Terra Santa, Siria, Giordania, Iraq, Libano, Somalia e Paesi del Golfo, presenti oggi in Piazza San Pietro:
“Come la madre sa chiedere e bussare ad ogni porta per i propri figli, senza calcoli, con amore, così anche la Chiesa: mediante la preghiera, essa pone nelle mani del Signore tutte le situazioni dei suoi figli. Confidiamo sempre nella forza della sua preghiera, perché il Signore non rimane insensibile alle invocazioni della Sua Chiesa! A tutti voi imparto la Benedizione Apostolica!”.
“Invito i cattolici di tutto il mondo ad unirsi agli altri cristiani per continuare ad implorare da Dio il dono della pace nei luoghi più tormentati del nostro pianeta. Possa la pace, dono di Gesù, abitare sempre nei nostri cuori e sostenere i propositi e le azioni dei responsabili delle Nazioni e di tutti gli uomini di buona volontà”.
Il Papa chiede a tutti un preciso impegno: “incoraggiare gli sforzi per una soluzione diplomatica e politica dei focolai di guerra che ancora preoccupano”:
“Il mio pensiero va specialmente alla cara popolazione siriana, la cui tragedia umana può essere risolta solo con il dialogo e la trattativa, nel rispetto della giustizia e della dignità di ogni persona, specialmente i più deboli e indifesi”.
Della difficile situazione in Medio Oriente il Papa ha accennato anche nel suo saluto ai fedeli di lingua araba, rivolgendosi in particolare ai vescovi della Chiesa latina di Terra Santa, Siria, Giordania, Iraq, Libano, Somalia e Paesi del Golfo, presenti oggi in Piazza San Pietro:
“Come la madre sa chiedere e bussare ad ogni porta per i propri figli, senza calcoli, con amore, così anche la Chiesa: mediante la preghiera, essa pone nelle mani del Signore tutte le situazioni dei suoi figli. Confidiamo sempre nella forza della sua preghiera, perché il Signore non rimane insensibile alle invocazioni della Sua Chiesa! A tutti voi imparto la Benedizione Apostolica!”.
lunedì 16 settembre 2013
Con il sostegno della misericordia
Lo sguardo misericordioso di Gesù sostiene il sacerdote nella fatica quotidiana della sua missione. Così è, da sessant’anni, per Jorge Mario Bergoglio. Divenuto vescovo di Roma sei mesi fa, stamani 16 settembre ha compiuto un passo decisivo per entrare nel cuore della sua diocesi. Nella basilica di San Giovanni al Laterano, cattedrale di Roma, Papa Francesco ha dialogato a lungo con il suo clero.
«Mi sento prete» ha confidato. E ripercorrendo anche le sue esperienze personali a Buenos Aires, ha rivelato di non avere mai avuto la tentazione di sentirsi più importante da quando è Papa. Al clero romano ha chiesto in particolare di pregare per lui. Soprattutto il 21 settembre, festa di san Matteo. Perché proprio quel giorno, sessant’anni fa, ha scoperto la vocazione al sacerdozio.
Nella prima parte dell’incontro — introdotto dal Veni creator Spiritus e da un passo del vangelo di Giovanni — il Papa ha parlato anzitutto della buona fatica del sacerdote per la missione in mezzo al popolo. Essere prete, ha assicurato, significa lavorare molto, perché la gente ha oggi più che mai tante esigenze. E la sensazione della fatica, ha aggiunto, comprende per il sacerdote anche domande forti su stesso, sulla bontà della propria vocazione e sulle rinunce che essa comporta, prima fra tutte la paternità biologica. Ma è una fatica che il sacerdote vive e supera con tutto il suo essere. Tra i vari esempi biblici a cui si è riferito, il vescovo di Roma ha indicato soprattutto Maria che, come diceva Giovanni Paolo ii, aveva una «peculiare fatica del cuore». Del resto, la preghiera e la vicinanza agli altri, a partire dal proprio vescovo, sono per il prete un antidoto efficace nei momenti di maggiore fatica.
Papa Francesco ha poi risposto alle domande di cinque rappresentanti del clero romano, affrontando insieme con loro alcune questioni centrali nella vita della Chiesa. Ha subito invitato i preti a essere coraggiosi, ad avere una giusta creatività, che non significare fare qualcosa di nuovo per forza, per arrivare alla necessaria conversione pastorale. Le parrocchie, ha raccomandato, devono essere sempre aperte e accoglienti, magari con il confessore a disposizione. Anche i laici che si occupano dell’amministrazione devono mostrare alla gente il volto accogliente della Chiesa. Si tratta, in buona sostanza, di trovare sempre nuove strade perché il Vangelo sia annunciato e testimoniato nelle realtà della vita quotidiana. Così è importare cercare nuove vie, adatte e adeguate alle persone a cui ci si rivolge: facilitando, per esempio, la partecipazione ai corsi pre-battesimali e coinvolgendo i laici in missioni di quartiere. In una grande città come Roma, ha riconosciuto il Pontefice, l’accoglienza cordiale non è sempre facile da organizzare. Ma le persone, ha rimarcato con forza, non devono avere mai l’impressione di trovarsi di fronte a funzionari con interessi economici e non spirituali.
Il vescovo di Roma ha suggerito poi di tenere viva la memoria della nascita della propria vocazione, del primo amore verso Gesù: è il sentimento proprio di un innamorato, e il prete deve esserlo sempre. Una Chiesa senza memoria, del resto, non ha vita. Proprio questo stile di memoria contribuisce anche a non cadere nella rischio della mondanità spirituale.
Un altro aspetto decisivo è saper dire la verità senza lasciare mai sole le persone in difficoltà. Infatti la verità di Dio va sempre di pari passo con l’accompagnamento personale. Non si tratta di essere di manica larga o rigidi: né l’uno né l’altro sono atteggiamenti misericordiosi. Bisogna invece ccogliere l’altro, accompagnarlo, proprio come Gesù con i due discepoli di Emmaus.
Papa Francesco non ha certo nascosto i problemi e gli scandali anche gravissimi, come la pedofilia, che toccano la Chiesa. Ma la Chiesa non crolla, ha assicurato rispondendo a un sacerdote che nel suo intervento si era riferito al sogno di Innocenzo iii che vide Francesco di Assisi sostenere l’edificio pericolante della Chiesa. E non crolla perché oggi, come sempre, c’è tanta santità quotidiana: ci sono molte donne e molti uomini che vivono la fede nella vita di ogni giorno. E la santità è più forte degli scandali. A questo proposito, il Papa ha raccontato il dialogo telefonico, avvenuto ieri, domenica 15 settembre, con una donna di Buenos Aires che gli aveva scritto una lettera su un tovagliolo di carta. A recapitarla al Pontefice era stato, venerdì, il direttore della televisione cattolica dell’arcidiocesi di Buenos Aires. La donna, che fa le pulizie nell’aeroporto della capitale argentina, ha un figlio tossicodipendente e disoccupato. E lavora per lui, sperando nel futuro del ragazzo. Questa è santità, ha commentato il Papa.
L’incontro si è concluso con tre domande sulle periferie esistenziali. Innanzi tutto il Papa ha ripetuto le parole pronunciate al centro Astalli, elogiando la generosità di Roma ma incoraggiando a fare ancora di più. E alle congregazioni religiose che hanno poche vocazioni è tornato a raccomandare di non cadere nella tentazione di aggrapparsi ai soldi ma di avere il coraggio di aprire le porte ai bisognosi.
Inoltre per il Pontefice la realtà si capisce meglio dalla periferia e non dal centro che, invece, fa correre il rischio di atrofizzarsi. E le periferie non sono solo quelle geografiche. Infine, il vescovo di Roma ha concluso l’incontro affrontando le questioni relative alla nullità del matrimonio, un tema che sta a cuore a Benedetto xvi. E ha reso noto che ci sono proposte, studi e approfondimenti in corso. Ne parleranno a ottobre il gruppo degli otto cardinali e il prossimo sinodo dei Vescovi. Queste situazioni, ha aggiunto, sono una vera e propria periferia esistenziale che esige coraggio pastorale, sempre nella verità e nella giustizia.
Ad accogliere il Papa al suo arrivo, venti minuti prima del previsto, è stato il cardinale vicario Agostino Vallini che nell’indirizzo di saluto ha raccontato come questo incontro sia stato messo in programma dal nuovo vescovo di Roma appena eletto. La diocesi ha fatto dono al proprio vescovo di un’icona raffigurante san Francesco che sorregge la Chiesa, opera del parroco don Massimo Tellan. Al termine, prima di far rientro in Vaticano dopo oltre due ore e dieci minuti, il Pontefice ha incontrato i frati minori che svolgono il ministero di penitenzieri nella basilica cattedrale di Roma. E li ha invitati a essere misericordiosi.
Amore per il popolo e umiltà, virtù necessarie per chi governa: così il Papa a Santa Marta
Il Vangelo del centurione che chiede con umiltà e fiducia la guarigione del servo e la lettera di San Paolo a Timoteo con l’invito a pregare per i governanti, hanno dato lo spunto al Papa per “riflettere sul servizio dell’autorità”. Chi governa – afferma Papa Francesco – “deve amare il suo popolo”, perché “un governante che non ama, non può governare: al massimo potrà disciplinare, mettere un po’ di ordine, ma non governare”. Il Papa pensa a Davide, “a come amava il suo popolo”, tanto che dopo il peccato del censimento dice al Signore di non punire il popolo ma lui. Così, “le due virtù di un governante” sono l’amore per il popolo e l’umiltà:
“Non si può governare senza amore al popolo e senza umiltà! E ogni uomo, ogni donna che deve prendere possesso di un servizio di governo, deve farsi queste due domande: ‘Io amo il mio popolo, per servirlo meglio? Sono umile e sento tutti gli altri, le diverse opinioni, per scegliere la migliore strada?’. Se non si fa queste domande il suo governo non sarà buono. Il governante, uomo o donna, che ama il suo popolo è un uomo o una donna umile”.
D’altra parte, San Paolo esorta i governati ad elevare preghiere “per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”. I cittadini non possono disinteressarsi della politica:
“Nessuno di noi può dire: ‘Ma io non c’entro in questo, loro governano…'. No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il meglio perché loro governino bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso’. La politica - dice la Dottrina Sociale della Chiesa - è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune. Io non posso lavarmi le mani, eh? Tutti dobbiamo dare qualcosa!”.
C’è l’abitudine – osserva il Papa – di dire solo male dei governanti e fare chiacchiere sulle “cose che non vanno bene”: “e tu senti il servizio della Tv e bastonano, bastonano; tu leggi il giornale e bastonano …. sempre il male, sempre contro!”. Forse – ha proseguito – “il governante, sì, è un peccatore, come Davide lo era, ma io devo collaborare con la mia opinione, con la mia parola, anche con la mia correzione” perché tutti “dobbiamo partecipare al bene comune!”. E se “tante volte abbiamo sentito: ‘un buon cattolico non si immischia in politica’ – ha sottolineato - questo non è vero, quella non è una buona strada”:
“Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare. Ma qual è la cosa migliore che noi possiamo offrire ai governanti? La preghiera! E’ quello che Paolo dice: ‘Preghiera per tutti gli uomini e per il re e per tutti quelli che stanno al potere’. ‘Ma, Padre, quella è una cattiva persona, deve andare all’inferno…’. ‘Prega per lui, prega per lei, perché possa governare bene, perché ami il suo popolo, perché serva il suo popolo, perché sia umile!’. Un cristiano che non prega per i governanti, non è un buon cristiano! ‘Ma, Padre, come pregherò per questo? Questa è una persona che non va...’. ‘Prega perché si converta!’. Ma pregare. E questo non lo dico io, lo dice San Paolo, la Parola di Dio”.
Dunque – conclude il Papa – “diamo il meglio di noi, idee, suggerimenti, il meglio, ma soprattutto il meglio è la preghiera. Preghiamo per i governanti, perché ci governino bene, perché portino la nostra patria, la nostra nazione avanti e anche il mondo, che ci sia la pace e il bene comune”.
“Non si può governare senza amore al popolo e senza umiltà! E ogni uomo, ogni donna che deve prendere possesso di un servizio di governo, deve farsi queste due domande: ‘Io amo il mio popolo, per servirlo meglio? Sono umile e sento tutti gli altri, le diverse opinioni, per scegliere la migliore strada?’. Se non si fa queste domande il suo governo non sarà buono. Il governante, uomo o donna, che ama il suo popolo è un uomo o una donna umile”.
D’altra parte, San Paolo esorta i governati ad elevare preghiere “per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”. I cittadini non possono disinteressarsi della politica:
“Nessuno di noi può dire: ‘Ma io non c’entro in questo, loro governano…'. No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il meglio perché loro governino bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso’. La politica - dice la Dottrina Sociale della Chiesa - è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune. Io non posso lavarmi le mani, eh? Tutti dobbiamo dare qualcosa!”.
C’è l’abitudine – osserva il Papa – di dire solo male dei governanti e fare chiacchiere sulle “cose che non vanno bene”: “e tu senti il servizio della Tv e bastonano, bastonano; tu leggi il giornale e bastonano …. sempre il male, sempre contro!”. Forse – ha proseguito – “il governante, sì, è un peccatore, come Davide lo era, ma io devo collaborare con la mia opinione, con la mia parola, anche con la mia correzione” perché tutti “dobbiamo partecipare al bene comune!”. E se “tante volte abbiamo sentito: ‘un buon cattolico non si immischia in politica’ – ha sottolineato - questo non è vero, quella non è una buona strada”:
“Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare. Ma qual è la cosa migliore che noi possiamo offrire ai governanti? La preghiera! E’ quello che Paolo dice: ‘Preghiera per tutti gli uomini e per il re e per tutti quelli che stanno al potere’. ‘Ma, Padre, quella è una cattiva persona, deve andare all’inferno…’. ‘Prega per lui, prega per lei, perché possa governare bene, perché ami il suo popolo, perché serva il suo popolo, perché sia umile!’. Un cristiano che non prega per i governanti, non è un buon cristiano! ‘Ma, Padre, come pregherò per questo? Questa è una persona che non va...’. ‘Prega perché si converta!’. Ma pregare. E questo non lo dico io, lo dice San Paolo, la Parola di Dio”.
Dunque – conclude il Papa – “diamo il meglio di noi, idee, suggerimenti, il meglio, ma soprattutto il meglio è la preghiera. Preghiamo per i governanti, perché ci governino bene, perché portino la nostra patria, la nostra nazione avanti e anche il mondo, che ci sia la pace e il bene comune”.
domenica 15 settembre 2013
E' la misericordia di Dio, non la giustizia umana, a salvare il mondo: così il Papa all'Angelus.
Al centro della riflessione del Papa è stato il Vangelo del giorno con le tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, della moneta perduta e del figlio “prodigo” e del figlio "che si crede giusto, che si crede santo". Parabole che parlano della gioia di Dio. Ma qual è la gioia di Dio, ha chiesto il Papa:
“La gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo, qui, eh?, c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è 'buonismo'! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal 'cancro' che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!”
“Gesù – ha aggiunto il Papa - è tutto misericordia, tutto amore: è Dio fatto uomo”. E “ognuno di noi è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto”:
"Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. Ma, è un Padre paziente: ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia! Dio ha questa gioia, quando uno di noi, peccatore, viene da Lui e chiede il Suo perdono".
Il pericolo – ha quindi proseguito – è presumere di essere giusti, giudicando gli altri. Ma in questo modo “giudichiamo anche Dio, perché pensiamo che dovrebbe castigare i peccatori, condannarli a morte, invece di perdonare”:
"Allora sì che rischiamo di rimanere fuori dalla casa del Padre! Come quel fratello maggiore della parabola, che invece di essere contento perché suo fratello è tornato, si arrabbia con il padre che lo ha accolto e fa festa. Se nel nostro cuore non c’è la misericordia, la gioia del perdono, non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che salva, non la sola pratica dei precetti. E’ l’amore per Dio e per il prossimo che dà compimento a tutti i comandamenti. E questo è l’amore di Dio, la Sua gioia: perdonare. Ci aspetta sempre, eh? Forse qualcuno nel suo cuore ha qualcosa di pesante: 'Ma ho fatto questo, ho fatto quello' … Lui ti aspetta! Lui è padre: sempre ci aspetta!".
Se noi viviamo secondo la legge “occhio per occhio, dente per dente” – ha osservato – “mai usciamo dalla spirale del male”:
“Il Maligno è furbo, e ci illude che con la nostra giustizia umana possiamo salvarci e salvare il mondo. In realtà, solo la giustizia di Dio ci può salvare! E la giustizia di Dio si è rivelata nella Croce: la Croce è il giudizio di Dio su tutti noi e su questo mondo. Ma come ci giudica Dio? Dando la vita per noi! Ecco l’atto supremo di giustizia che ha sconfitto una volta per tutte il Principe di questo mondo; e questo atto supremo di giustizia è proprio anche l’atto supremo di misericordia. Gesù ci chiama tutti a seguire questa strada: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)”.
E parlando a braccio ha aggiunto:
“Io vi chiedo una cosa, adesso. In silenzio, tutti. Pensiamo, ognuno pensi ad una persona con la quale non sta bene, con la quale ci siamo arrabbiati, alla quale non vogliamo bene. Pensiamo a quella persona e in silenzio, in questo momento, preghiamo per questa persona e diventiamo misericordiosi con questa persona”.
Dopo la preghiera dell’Angelus, il Papa ha ricordato che ieri, in Argentina, è stato proclamato Beato José Gabriel Brochero, sacerdote della diocesi di Córdoba, vissuto tra il 1800 e il 1900. Un prete “esemplare” – ha detto Papa Francesco - “che ha percorso instancabilmente in groppa ad una mula gli aridi sentieri della sua parrocchia, cercando, casa per casa, le persone che gli erano state affidate per portarle a Dio”:
“Spinto dall’amore di Cristo si dedicò interamente al suo gregge, per portare tutti nel Regno di Dio, con immensa misericordia e zelo per le anime. Stava con la gente, e cercava di portarne tanti agli esercizi spirituali. Andava chilometri e chilometri, cavalcando le montagne, con la sua mula che si chiamava ‘Facciabrutta’, perché non era bella … Anche andava con la pioggia, era coraggioso … Ma anche voi, con questa pioggia siete qui, siete coraggiosi: bravi, eh!! Alla fine, questo beato era cieco e lebbroso, ma pieno di gioia, la gioia del buon Pastore, la gioia del Pastore misericordioso!”.
Il Papa ha quindi pregato il Signore perché si moltiplichino i sacerdoti che, imitando il nuovo Beato, “consegnino la loro vita al servizio dell'evangelizzazione, sia in ginocchio davanti al Crocifisso, sia dando testimonianza ovunque dell'amore e della misericordia di Dio”.
Infine, ha ricordato che oggi a Torino si conclude la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, sul tema “Famiglia, speranza e futuro per la società italiana”:
“Saluto tutti i partecipanti e mi rallegro per il grande impegno che c’è nella Chiesa in Italia con le famiglie e per le famiglie e che è un forte stimolo anche per le istituzioni e per tutto il Paese. Coraggio! Avanti su questa strada della famiglia!”.
Beatificato p. Brochero, il prete gaucho. Il Papa: Gesù vuole gente che esca in strada a portare l'amore di Dio.
Padre José Gabriel Brochero, conosciuto come il Cura Brochero, è stato un pioniere nell’uscire verso “le periferie geografiche e esistenziali per portare a tutti l’amore, la misericordia di Dio”. Lo scrive Papa Francesco nella Lettera per la Beatificazione, questo sabato in Argentina, del sacerdote chiamato anche "prete gaucho" e vissuto tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. La missiva è indirizzata all’arcivescovo di Santa Fe e presidente della Conferenza episcopale argentina, mons. José Maria Arancedo. Il servizio di Debora Donnini:
In sella alla sua mula “malacara”, il Cura Brochero percorse i cammini desolati dei 200 chilometri quadrati della sua parrocchia, per cercare, casa per casa, i bisnonni e gli avi degli argentini di oggi, “chiedere loro se avevano bisogno di qualcosa e invitarli a fare gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola”. Così Papa Francesco tratteggia la figura di padre José Gabriel Brochero, un pastore con l’odore delle pecore, “che si fece povero fra i poveri”, che fu come una “carezza di Dio” per il nostro popolo. “Non è rimasto nella sacrestia a pettinare le pecore”, scrive il Papa. Girava con la Parola di Dio e quando lo invitavano a bere del mate e chiacchieravano, Brochero parlava in un modo in cui tutti lo capivano perché quello che diceva sgorgava dall’amore che aveva per Gesù.
Al centro della sua azione pastorale c’era la preghiera. Quando arrivò nella sua parrocchia, cominciò a portare le persone a Cordoba per fare gli esercizi spirituali con i gesuiti. Papa Francesco ricorda quanto lavoro occorse per fare la Casa di esercizi spirituali nella sede parrocchiale, ricorda la preghiera, lì, davanti al Crocifisso, e come tutto culminasse con la confessione con un sacerdote pieno di misericordia: “moltissima misericordia”, sottolinea. “Guai che il diavolo mi rubi un’anima”, lo faceva esclamare il suo zelo missionario e questo coraggio che scaturiva dal suo cuore compassionevole come quello di Gesù lo mosse a conquistare per Dio anche malviventi e persone difficili. Migliaia di uomini e donne grazie a lui lasciarono il vizio e le lotte. Tutti ricevevano i sacramenti durante gli esercizi spirituali e con quelli “la luce della fede per essere buoni figli di Dio, buoni fratelli, buoni padri e madri di famiglia”, nella grande comunità aiutandosi l’un l’altro.
Il discorso di Papa Francesco punta, poi, sull’attualità pastorale del Cura Brochero che è quella di essere stato un pioniere nell’uscire verso le periferie geografiche e esistenziali per portare a tutti l’amore di Dio. “Non rimase - sottolinea il Pontefice – nell’ufficio parrocchiale”, ma si spese sulla sua mula e terminò la sua vita malato di lebbra a forza di cercare la gente come un sacerdote che percorre le strade per la fede. “Questo – dice il Papa – è quello che Gesù vuole oggi, discepoli missionari”, gente che va per strada per la fede! E Papa Francesco sottolinea che Brochero era un uomo “normale, fragile”, come ciascuno di noi ma che si lascio lavorare il cuore dalla misericordia di Dio. Ha saputo uscire dalla caverna “dell’egoismo meschino che tutti abbiamo” e ha superato con l’aiuto di Dio quelle forze interiori delle quali il demonio si serve per “incatenarci” alla comodità, a cercare di divertirci in ogni momento, a scansare il lavoro. Brochero fu fedele fino alla fine: continuò a pregare e celebrare la Messa anche quando fu cieco e lebbroso. “Lasciamo che il Cura Brochero entri oggi, con la mula e tutto, nella casa del nostro cuore” per portarci all’incontro con Gesù che - dice il Papa - “ci libera dai legami per uscire in strada a cercare il fratello, a toccare la carne di Cristo in chi soffre e ha bisogno dell’amore di Dio”. E il Papa fa notare che solo così si può gustare l’allegria del Cura Brochero, un “anticipo della felicità che gode ora come beato nel cielo”.
E' stato il cardinale Angelo Amato, prefetto delle Cause dei Santi, a presiedere il rito, in rappresentanza del Pontefice, nella città che porta adesso il nome del nuovo Beato, Villa Cura Brochero, nella provincia di Cordoba. Il servizio di Alessandro De Carolis:
La santità dei semplici, quella che dopo la morte ti porta all’onore non cercato, quello degli altari, perché hai ricercato nella vita il servizio del massimo onore: fare il bene nel nome di Gesù. È quello che si potrebbe dire di padre José Gabriel Brochero, “el cura gaucho”, il sacerdote gaucho, come veniva familiarmente chiamato da coloro che lo vedevano arrivare a cavallo a svolgere il suo ministero di sacerdote e soprattutto di uomo di Dio con un grande cuore per chi viveva nella miseria o nella sofferenza fisica. Un amore generoso e gratuito, come ricorda il cardinale Angelo Amato:
“Era un sacerdote totalmente dedito al bene e alla santificazione dei fedeli, soprattutto dei più bisognosi. Pur avendo concluso l'università di Córdoba con il titolo di Maestro in Filosofia, il suo linguaggio era semplice, non ricercato, detto con parole ed espressioni locali, appartenenti al lessico popolare e facilmente comprensibili da tutti. La sua predicazione toccava i cuori, convertendo anche i peccatori più incalliti”.
Nel 1867, Cordoba viene infestata dal colera. Padre Brochero è sulla prima linea, la più pericolosa, quella che chiede di inginocchiarsi accanto a malati e moribondi. Due anni dopo, viene nominato parroco a Villa del Tránsito, città che oggi porta il suo nome. Il cavallo del prete gaucho arriva ovunque vi sia qualcuno che abbia bisogno di aiuto, per l’anima e il corpo. Con le sue mani e con l’aiuto della sua gente costruisce chiese, cappelle, scuole, apre strade attraverso le montagne, promuovendo il progresso della regione. Ma soprattutto promuove la fede, trasmettendola con lo stile di Sant’Ignazio di Loyola:
“Lo stile dell'evangelizzazione brocheriana è caratterizzato dagli Esercizi Spirituali, bagno dell'anima, scuola delle virtù e morte dei vizi. Brochero era convinto dell'efficacia degli esercizi spirituali per comunicare la luce della verità di Dio alle intelligenze e per far trionfare la grazia nei cuori più ribelli. Una parola speciale il Brochero la rivolge ai suoi fratelli nel sacerdozio, ai quali ricorda tre impegni: essere perseveranti nel ministero della Sacra Dottrina, dispensando con generosità la parola di Dio; non stancarsi mai di essere misericordiosi, pregando, celebrando, adorando e perdonando; esercitare in letizia il ministero sacerdotale: è nella gioia che fiorisce la carità e la santità".
In vecchiaia arriva la grande prova. Padre Brochero si ammala di lebbra e per il resto dei suoi anni – morirà nel 1914 – il prete gaucho non più in sella condividerà in tutto la vita delle persone colpite dal terribile morbo, che lo priverà dell’udito e della vista. Ma non del suo dinamismo di carità, che gli fa dire in ultimo: “Ora ho tutto pronto per il viaggio”
Papa Francesco incontra il clero romano: servono pastori, non chierici di Stato.
La Chiesa ha bisogno di “pastori del popolo e non chierici di Stato”. E’ uno dei passaggi forti della lettera che l’allora arcivescovo di Buenos Aires inviò nel 2008 ai suoi sacerdoti l’anno dopo la Conferenza di Aparecida. Il cardinale Bergoglio sottolinea innanzitutto che l’identità del presbitero si definisce “in relazione alla comunità” con due caratteristiche: “dono” e “fedeltà”. “E’ opportuno non dimenticare – scrive il futuro Papa – che identità dice appartenenza; si è nella misura in cui si appartiene. Il presbitero appartiene al Popolo di Dio, da esso è stato tratto, ad esso è inviato e di esso forma parte”. E avverte che “chi non entra in questa appartenenza di comunione” scivola “nell’isolamento dell’io”. La coscienza “staccata dal percorso del Popolo di Dio – avverte – è uno dei maggiori danni alla persona del presbitero” e ribadisce che “ciò che conferisce identità al presbitero è la sua appartenenza al Popolo di Dio concreto”. Per questo, “ciò che toglie o confonde la medesima identità è proprio l’isolamento della sua coscienza in relazione a tale popolo”. Ma chi dunque permette la realizzazione di questa comunione? L’arcivescovo di Buenos Aires non ha dubbi: è “lo Spirito Santo” che “distingue e armonizza”. “Senza lo Spirito Santo – prosegue – corriamo il rischio di perdere l’orientamento nella comprensione della fede”, rischiamo di “non essere inviati ma di partire per conto nostro e finire disorientati in mille modi di autoreferenzialità”.
Il cardinale Bergoglio rivolge dunque la sua riflessione all’immagine del Buon Pastore. Il Documento di Aparecida, osserva, chiede ai sacerdoti “atteggiamenti nuovi”. La prima esigenza, scrive, “è che il parroco sia una autentico discepolo di Gesù Cristo, perché solo un sacerdote innamorato del Signore può rinnovare una parrocchia”. Nel contempo, però, “deve essere un ardente missionario che vive nel costante anelito di andare alla ricerca dei lontani e non si accontenta della semplice amministrazione”. Ecco allora che l’immagine del Buon Pastore richiede “discepoli innamorati” e “missionari ardenti”. Ed evidenzia che “alla base dell’esperienza del discepolo missionario appare, come indispensabile, l’incontro con Gesù Cristo”. Del resto, auspica che “si passi da una pastorale di sola conservazione ad una pastorale decisamente missionaria”. La lettera si sofferma dunque sul tema del “custodire” il gregge affidato ai presbiteri. “L’azione del custodire – si legge – implica una dedizione faticosa e con tenerezza”, “si custodisce ciò che è fragile, ciò che è prezioso”. Il futuro Pontefice dedica dunque spazio all’opzione preferenziale per i poveri. E rammenta come da Aparecida emerga il profilo “di un sacerdote che esce verso le periferie abbandonate, riconoscendo in ogni persona una dignità infinita”.
La Lettera non manca poi di affrontare il tema della misericordia con alcune considerazioni illuminanti sull’amministrazione del Sacramento della Riconciliazione. “Capita – afferma il cardinale Bergoglio – che molte volte i nostri fedeli, nella confessione, trovino sacerdoti lassisti o rigoristi. Nessuno dei due è veramente testimone dell’amore del Signore”, perché “nessuno dei due si fa carico della persona, ambedue – elegantemente – la scaricano”. Il rigorista, spiega, “la rimanda alla freddezza della legge, il lassista non la prende sul serio e cerca di addormentare la coscienza del peccato”. E conclude: “Solo il presbitero misericordioso si fa carico della persona, si fa prossimo, si fa vicino, e lo accompagna nel cammino della riconciliazione”. I lassisti e i rigoristi, invece, “non sanno nulla della prossimità e preferiscono scansare il problema”.
La lettera si conclude dunque con i “richiami del Popolo di Dio ai suoi presbiteri”: che abbiano una profonda esperienza di Dio, che siano missionari mossi dalla carità pastorale, che siano in comunione con il loro vescovo e ancora che siano attenti alle necessità dei più poveri e siano pieni di misericordia. Dietro questi richiami, avverte, “vi è l’ansia implicita” dei fedeli che ci vuole “pastori di popolo e non chierici di Stato, funzionari”. Uomini, soggiunge, “che non si dimentichino di essere stati tratti dal gregge” e che “si difendano dalla ruggine della mondanità spirituale” e si guardino dalla “corruzione spirituale che attenta contro la natura stessa del pastore”.
Iscriviti a:
Post (Atom)

