E’ un’espressione rassicurante e allo stesso tempo uno sprone a cambiare la propria vita. Nel passo del Vangelo di oggi, Gesù per ben quattro volte ripete ai discepoli: “Non abbiate paura” e cala questa affermazione nella realtà di ogni giorno. Non si può, infatti, aver paura perché “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. Da qui la certezza di essere sulla strada giusta solo se si è accanto al Padre, solo se – sottolinea Papa Francesco – si diventa persone rette dunque buoni cristiani:
“Persone rette, che non hanno paura di andare controcorrente! E noi, non dobbiamo avere paura! Fra voi ci sono tanti giovani. A voi giovani dico: Non abbiate paura di andare controcorrente, quando ci vogliono rubare la speranza, quando ci propongono questi valori che sono avariati (...) questi valori ci fanno male. Dobbiamo andare controcorrente! E voi giovani, siate i primi: Andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!".
Ma c’è di più nel Vangelo. Gesù indica concretamente cosa fare: “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”. E’ l’evangelizzazione che – ha affermato Papa Francesco – “chiede da noi un vero coraggio per questa lotta interiore” e per le difficoltà che comporta “la spina di Satana”:
"Questo si chiama – non vi spaventate – si chiama martirio: il martirio è questo. Fare la lotta, tutti i giorni, per testimoniare. Questo è martirio. E ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita. Ma c’è il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori".
"Una lotta contro la tristezza, contro l’amarezza, contro il pessimismo – ha evidenziato il Papa – seminare non è facile ma è bello raccogliere”. La Chiesa vanta innumerevoli e luminose figure di “seminatori”, esempi di dedizione e di amore al Vangelo:
“In duemila anni sono una schiera immensa gli uomini e le donne che hanno sacrificato la vita per rimanere fedeli a Gesù Cristo e al suo Vangelo. E oggi, in tante parti del mondo, ci sono tanti, tanti, - più che nei primi secoli – tanti martiri, che danno la propria vita per Cristo, che sono portati alla morte per non rinnegare Gesù Cristo. Questa è la nostra Chiesa. Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli”.
L’unica cosa che chiede Gesù è di essere accolto e dunque di non essere taciuto. Questo implica l’andare, l’uscire fuori da se stessi per cercare – come ripete spesso Papa Francesco – le periferie materiali ed esistenziali. I discepoli del Crocifisso – ha detto più volte il Pontefice – non possono negare l’annuncio del Signore. Non si può tenere solo per sé la grazia ricevuta:
“Noi abbiamo ricevuto questa gratuità, questa grazia, gratuitamente; dobbiamo darla, gratuitamente. E questo è quello che, alla fine, voglio dirvi. Non avere paura, non avere paura. Non avere paura dell’amore, dell’amore di Dio, nostro Padre. Non avere paura. Non avere paura di ricevere la grazia di Gesù Cristo, non avere paura della nostra libertà che viene data dalla grazia di Gesù Cristo o, come diceva Paolo: 'Non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia'. Non avere paura della grazia, non avere paura di uscire da noi stessi, non avere paura di uscire dalle nostre comunità cristiane per andare a trovare le 99 che non sono a casa. E andare a dialogare con loro, e dire loro che cosa pensiamo, andare a mostrare il nostro amore che è l’amore di Dio”.
Blog dedicato a tutti i fratelli e sorelle consacrati al CUORE IMMACOLATO di MARIA SS. che vogliono fare un vero cammino di fede,inspirato da Lolek (San Giovanni Paolo II) in attesa del glorioso ritorno di CRISTO. Totus tuus ego sum,Maria,et omnia mea tua sunt!
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sabato 13 luglio 2013
venerdì 12 luglio 2013
Le perle dello SPIRITO di Francesco
Diverse volte Papa Francesco ha parlato della persecuzione ai cristiani e della perseveranza. “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, dice Gesù agli Apostoli nel Vangelo di oggi annunciando loro che saranno consegnati ai tribunali ma ricordandogli che “chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”. Un Vangelo in cui Gesù invita ad essere semplici come colombe e astuti come serpenti. Alla vigilia del quarto mese dall’elezione di Papa Francesco, ripercorriamo alcune sue riflessioni prendendo spunto da questo brano del Vangelo. Il servizio di Debora Donnini:
Essere cristiani significa seguire Gesù e per questo diverse volte Papa Francesco ha ricordato che non dobbiamo avere paura di essere perseguitati. “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”, dice Gesù nel Vangelo di oggi:
“La strada dei cristiani è la strada di Gesù. Se noi vogliamo essere seguaci di Gesù, non c’è un’altra strada: quella che Lui ha segnato. E una delle conseguenze di questo è l’odio, è l’odio del mondo, e anche del principe di questo mondo. Il mondo amerebbe ciò che è suo. ‘Vi ho scelti io, dal mondo’: è stato Lui proprio che ci ha riscattato dal mondo, ci ha scelti: pura grazia! Con la sua morte, con la sua resurrezione, ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. E l’origine dell’odio è questa: siamo salvati. E quel principe che non vuole, che non vuole che noi siamo stati salvati, odia”. (Messa a Santa Marta, 4 maggio 2013)
Papa Francesco ricorda anche che “con il principe di questo mondo non si può dialogare”, ma “soltanto rispondere con la Parola di Dio che ci difende”. Bisogna avere umiltà e mitezza come una pecorella perché senza un Pastore che difenda si cade nelle mani dei lupi:
“Pensiamo a Gesù nella sua Passione. Il suo Profeta dice: ‘Come una pecora che va al mattatoio’. Non grida, niente: l’umiltà. Umiltà e mitezza. Queste sono le armi che il principe del mondo e lo spirito del mondo non tollera, perché le sue proposte sono proposte di potere mondano, proposte di vanità, proposte di ricchezze male acquisite, sono proposte così”.
In questo Vangelo dunque Gesù parla della missione. L’evangelizzazione è stata al centro di molti discorsi e omelie di Papa Francesco che spesso ha esortato ad andare alle “periferie esistenziali”:
“Oggi possiamo chiedere allo Spirito Santo che ci dia questo fervore apostolico a tutti noi, anche ci dia la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. Tanto bisogno ha la Chiesa di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo, ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico, cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: ‘Coraggio’”! (Messa a Santa Marta, 16 maggio 2013)
Nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi apostoli che saranno consegnati ai tribunali, flagellati, condotti davanti a governatori e re “per causa mia”, “per dare testimonianza a loro e ai pagani”, ma li invita a non preoccuparsi di cosa dire perché “è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”. Gli ricorda però anche che saranno “odiati da tutti” a causa del suo nome. Una realtà, quella della persecuzione, che attraversa i secoli e arriva fino noi:
“Ma il tempo dei martiri non è finito: anche oggi possiamo dire, in verità, che la Chiesa ha più martiri che nel tempo dei primi secoli. La Chiesa ha tanti uomini e donne che sono calunniati, che sono perseguitati, che sono ammazzati in odio a Gesù, in odio alla fede: questo è ammazzato perché insegna catechismo, questo viene ammazzato perché porta la croce… Oggi, in tanti Paesi, li calunniano, li perseguono… sono fratelli e sorelle nostri che oggi soffrono, in questo tempo dei martiri”. (Messa a Santa Marta, 15 aprile 2013)
“Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”, ricorda infine Gesù nel Vangelo. Papa Francesco spiega, infatti, da dove venga ai primi discepoli la forza di testimoniare, la gioia e il coraggio malgrado gli ostacoli e le violenza e, così facendo, poter “riempire Gerusalemme con il loro insegnamento”:
"E’ chiaro che solo la presenza con loro del Signore Risorto e l’azione dello Spirito Santo possono spiegare questo fatto. E’ il Signore che era con loro e lo Spirito che li spingeva alla predicazione spiega questo fatto straordinario. La loro fede si basava su un’esperienza così forte e personale di Cristo morto e risorto, che non avevano paura di nulla e di nessuno, e addirittura vedevano le persecuzioni come un motivo di onore, che permetteva loro di seguire le orme di Gesù e di assomigliare a Lui, testimoniandolo con la vita”. (Regina Coeli, 14 aprile 2013)
Se una persona incontra Cristo, dunque, risponde con “amore” e “forza della verità” e ricorda ancora Papa Francesco: “L’amore fraterno è la testimonianza più vicina che noi possiamo dare del fatto che Gesù è con noi vivo, che Gesù è risorto”.
Essere cristiani significa seguire Gesù e per questo diverse volte Papa Francesco ha ricordato che non dobbiamo avere paura di essere perseguitati. “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”, dice Gesù nel Vangelo di oggi:
“La strada dei cristiani è la strada di Gesù. Se noi vogliamo essere seguaci di Gesù, non c’è un’altra strada: quella che Lui ha segnato. E una delle conseguenze di questo è l’odio, è l’odio del mondo, e anche del principe di questo mondo. Il mondo amerebbe ciò che è suo. ‘Vi ho scelti io, dal mondo’: è stato Lui proprio che ci ha riscattato dal mondo, ci ha scelti: pura grazia! Con la sua morte, con la sua resurrezione, ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. E l’origine dell’odio è questa: siamo salvati. E quel principe che non vuole, che non vuole che noi siamo stati salvati, odia”. (Messa a Santa Marta, 4 maggio 2013)
Papa Francesco ricorda anche che “con il principe di questo mondo non si può dialogare”, ma “soltanto rispondere con la Parola di Dio che ci difende”. Bisogna avere umiltà e mitezza come una pecorella perché senza un Pastore che difenda si cade nelle mani dei lupi:
“Pensiamo a Gesù nella sua Passione. Il suo Profeta dice: ‘Come una pecora che va al mattatoio’. Non grida, niente: l’umiltà. Umiltà e mitezza. Queste sono le armi che il principe del mondo e lo spirito del mondo non tollera, perché le sue proposte sono proposte di potere mondano, proposte di vanità, proposte di ricchezze male acquisite, sono proposte così”.
In questo Vangelo dunque Gesù parla della missione. L’evangelizzazione è stata al centro di molti discorsi e omelie di Papa Francesco che spesso ha esortato ad andare alle “periferie esistenziali”:
“Oggi possiamo chiedere allo Spirito Santo che ci dia questo fervore apostolico a tutti noi, anche ci dia la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. Tanto bisogno ha la Chiesa di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo, ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico, cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: ‘Coraggio’”! (Messa a Santa Marta, 16 maggio 2013)
Nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi apostoli che saranno consegnati ai tribunali, flagellati, condotti davanti a governatori e re “per causa mia”, “per dare testimonianza a loro e ai pagani”, ma li invita a non preoccuparsi di cosa dire perché “è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”. Gli ricorda però anche che saranno “odiati da tutti” a causa del suo nome. Una realtà, quella della persecuzione, che attraversa i secoli e arriva fino noi:
“Ma il tempo dei martiri non è finito: anche oggi possiamo dire, in verità, che la Chiesa ha più martiri che nel tempo dei primi secoli. La Chiesa ha tanti uomini e donne che sono calunniati, che sono perseguitati, che sono ammazzati in odio a Gesù, in odio alla fede: questo è ammazzato perché insegna catechismo, questo viene ammazzato perché porta la croce… Oggi, in tanti Paesi, li calunniano, li perseguono… sono fratelli e sorelle nostri che oggi soffrono, in questo tempo dei martiri”. (Messa a Santa Marta, 15 aprile 2013)
“Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”, ricorda infine Gesù nel Vangelo. Papa Francesco spiega, infatti, da dove venga ai primi discepoli la forza di testimoniare, la gioia e il coraggio malgrado gli ostacoli e le violenza e, così facendo, poter “riempire Gerusalemme con il loro insegnamento”:
"E’ chiaro che solo la presenza con loro del Signore Risorto e l’azione dello Spirito Santo possono spiegare questo fatto. E’ il Signore che era con loro e lo Spirito che li spingeva alla predicazione spiega questo fatto straordinario. La loro fede si basava su un’esperienza così forte e personale di Cristo morto e risorto, che non avevano paura di nulla e di nessuno, e addirittura vedevano le persecuzioni come un motivo di onore, che permetteva loro di seguire le orme di Gesù e di assomigliare a Lui, testimoniandolo con la vita”. (Regina Coeli, 14 aprile 2013)
Se una persona incontra Cristo, dunque, risponde con “amore” e “forza della verità” e ricorda ancora Papa Francesco: “L’amore fraterno è la testimonianza più vicina che noi possiamo dare del fatto che Gesù è con noi vivo, che Gesù è risorto”.
Daje a'Fransceeeee.....
“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?”. La domanda che Pietro rivolge a Gesù nel Vangelo di oggi non ha data di scadenza. Ogni generazione della Chiesa la ripete al suo Capo, per sentirsi ogni volta offrire da Lui la misura di un contraccambio senza misura: “Cento volte tanto” oggi e l’eredità della “vita eterna” domani. Una richiesta netta e una offerta limpida. Eppure, ha rilevato Papa Francesco, un problema nasce quando, nel decidere di seguire Gesù, il “contraente” più fragile, l’uomo, comincia a fare calcoli di interesse e lucro invece di mettere sul piatto una sola moneta, quella della magnanimità, della larghezza di cuore, sull’esempio di Gesù, il Contraente forte. Una tentazione, ammette il Papa, che affligge un po’ tutti i cristiani:
“Seguire Gesù come una forma culturale (…) Se si segue Gesù come una proposta culturale, si usa questa strada per andare più in alto, per avere più potere. E la storia della Chiesa è piena di questo, cominciando da alcuni imperatori e poi tanti governanti e tante persone, no? E anche alcuni - non voglio dire tanti ma alcuni - preti, alcuni vescovi, no? Alcuni dicono che sono tanti… ma alcuni che pensano che seguire Gesù è fare carriera”.
Sgomberato il campo da ciò inquina il rapporto tra chi chiede e chi offre, Papa Francesco mostra un altro guadagno che va ad arricchire colui o colei che ha scelto la sequela di Cristo, qualsiasi sia la sua vocazione: chi crede non lo fa da solo, ma in una casa e in una comunità grandi quanto il mondo, la Chiesa. E la Chiesa, afferma, è la “Madre che ci dà l’identità”:
“L’identità cristiana è l’appartenenza alla Chiesa (...) perché, trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile (...) E quella Chiesa Madre che ci dà Gesù ci dà l’identità che non è soltanto un sigillo: è un’appartenenza. Identità significa appartenenza”.
E l’appartenenza non può essere che forte, se si considera che l’identità cristiana è stata acquistata a prezzo del sangue, dal Calvario di duemila anni fa ai Golgota sui quali muoiono i cristiani di oggi. Ma anche qui, Papa Francesco mette in guardia. Seguire Gesù fino al centuplo e alla vita eterna è una scelta definitiva che stride con quel “fascino del provvisorio” che spesso seduce anche l’uomo di fede, che al salto verso un impegno definitivo preferisce mille passettini che girano in tondo:
“Ho sentito di uno che voleva diventare prete, ma per dieci anni, non di più… Quante coppie, quante coppie si sposano, senza dirlo, ma nel cuore: ‘fin che dura l’amore e poi vediamo…’ Il fascino del provvisorio: questa è una ricchezza (...) Io penso a tanti, tanti uomini e donne che hanno lasciato la propria terra per andare come missionari per tutta la vita: quello è il definitivo!”.
All’ambiguo fascino del provvisorio, Papa Francesco ha sempre opposto una schietta direzione di marcia, quella che punta verso le “periferie dell’esistenza”. E per uscire e avviarsi in quella direzione – che è poi seguire Cristo sullo stile di San Benedetto e del suo “ora et labora” – bisogna prima uscire dall’angolo in ombra del cuore grazie alla luce dalla preghiera. Quella che funge da “navigatore” e conferma che non si è “cristiani da salotto”, con le facce tristi “da peperoncini all’aceto”, ma uomini e donne che prima in ginocchio e poi in azione sono in cammino verso la promessa del centuplo e della vita eterna:
“La preghiera verso il Padre in nome di Gesù ci fa uscire da noi stessi; la preghiera che ci annoia è sempre dentro noi stessi, come un pensiero che va e viene (…) Se noi non riusciamo ad uscire da noi stessi verso il fratello bisognoso, verso il malato, l’ignorante, il povero, lo sfruttato, se noi non riusciamo a fare questa uscita da noi stessi verso quelle piaghe, non impareremo mai la libertà che ci porta nell’altra uscita da noi stessi, verso le piaghe di Gesù. Ci sono due uscite da noi stessi: una verso le piaghe di Gesù, l’altra verso le piaghe dei nostri fratelli e sorelle. E questa è la strada che Gesù vuole nella nostra preghiera”.
“Seguire Gesù come una forma culturale (…) Se si segue Gesù come una proposta culturale, si usa questa strada per andare più in alto, per avere più potere. E la storia della Chiesa è piena di questo, cominciando da alcuni imperatori e poi tanti governanti e tante persone, no? E anche alcuni - non voglio dire tanti ma alcuni - preti, alcuni vescovi, no? Alcuni dicono che sono tanti… ma alcuni che pensano che seguire Gesù è fare carriera”.
Sgomberato il campo da ciò inquina il rapporto tra chi chiede e chi offre, Papa Francesco mostra un altro guadagno che va ad arricchire colui o colei che ha scelto la sequela di Cristo, qualsiasi sia la sua vocazione: chi crede non lo fa da solo, ma in una casa e in una comunità grandi quanto il mondo, la Chiesa. E la Chiesa, afferma, è la “Madre che ci dà l’identità”:
“L’identità cristiana è l’appartenenza alla Chiesa (...) perché, trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile (...) E quella Chiesa Madre che ci dà Gesù ci dà l’identità che non è soltanto un sigillo: è un’appartenenza. Identità significa appartenenza”.
E l’appartenenza non può essere che forte, se si considera che l’identità cristiana è stata acquistata a prezzo del sangue, dal Calvario di duemila anni fa ai Golgota sui quali muoiono i cristiani di oggi. Ma anche qui, Papa Francesco mette in guardia. Seguire Gesù fino al centuplo e alla vita eterna è una scelta definitiva che stride con quel “fascino del provvisorio” che spesso seduce anche l’uomo di fede, che al salto verso un impegno definitivo preferisce mille passettini che girano in tondo:
“Ho sentito di uno che voleva diventare prete, ma per dieci anni, non di più… Quante coppie, quante coppie si sposano, senza dirlo, ma nel cuore: ‘fin che dura l’amore e poi vediamo…’ Il fascino del provvisorio: questa è una ricchezza (...) Io penso a tanti, tanti uomini e donne che hanno lasciato la propria terra per andare come missionari per tutta la vita: quello è il definitivo!”.
All’ambiguo fascino del provvisorio, Papa Francesco ha sempre opposto una schietta direzione di marcia, quella che punta verso le “periferie dell’esistenza”. E per uscire e avviarsi in quella direzione – che è poi seguire Cristo sullo stile di San Benedetto e del suo “ora et labora” – bisogna prima uscire dall’angolo in ombra del cuore grazie alla luce dalla preghiera. Quella che funge da “navigatore” e conferma che non si è “cristiani da salotto”, con le facce tristi “da peperoncini all’aceto”, ma uomini e donne che prima in ginocchio e poi in azione sono in cammino verso la promessa del centuplo e della vita eterna:
“La preghiera verso il Padre in nome di Gesù ci fa uscire da noi stessi; la preghiera che ci annoia è sempre dentro noi stessi, come un pensiero che va e viene (…) Se noi non riusciamo ad uscire da noi stessi verso il fratello bisognoso, verso il malato, l’ignorante, il povero, lo sfruttato, se noi non riusciamo a fare questa uscita da noi stessi verso quelle piaghe, non impareremo mai la libertà che ci porta nell’altra uscita da noi stessi, verso le piaghe di Gesù. Ci sono due uscite da noi stessi: una verso le piaghe di Gesù, l’altra verso le piaghe dei nostri fratelli e sorelle. E questa è la strada che Gesù vuole nella nostra preghiera”.
giovedì 11 luglio 2013
Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole
Pr 2,1-9
Dal libro dei Proverbi
Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l'intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l'argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio, perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza.
Egli riserva ai giusti il successo, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e proteggendo le vie dei suoi fedeli.
Allora comprenderai l'equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene.
Dal libro dei Proverbi
Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l'intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l'argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio, perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza.
Egli riserva ai giusti il successo, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e proteggendo le vie dei suoi fedeli.
Allora comprenderai l'equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene.
Matteo 19,27-29
27 Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». 28 E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. 29 Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.
lunedì 8 luglio 2013
Il Papa a Lampedusa: chi ha pianto per quanti sono morti in mare? No a globalizzazione dell'indifferenza.
La periferia che diventa centro, gli ultimi che diventano i primi. E’ il “miracolo” compiuto da Francesco a Lampedusa. Il Papa doveva venire qui, lui stesso confida questa necessità del cuore. Doveva guardare, sentire, abbracciare chi soffre e chi si fa ogni giorno “buon samaritano” per gli ultimi. Alla Messa, dal palco, può scorgere le carcasse delle imbarcazioni dei migranti. E il suo pastorale – come il calice, l’ambone, l’altare – è realizzato con il legno delle barche che ogni giorno solcano il mare di Lampedusa. Simboli, come la scelta delle letture e i paramenti, che vogliono sottolineare la dimensione penitenziale della celebrazione. Il Pontefice inizia l’omelia indicando proprio il motivo per il quale si è recato a Lampedusa: l’ennesima tragedia della migrazione. Una notizia, ha detto, che è stata “come una spina nel cuore che porta sofferenza”, pensare a quelle barche che “invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”:
“E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta, per favore!”.
Il Papa non manca però di ricordare subito, con gratitudine, quanti, a Lampedusa come a Linosa, mostrano attenzione per le persone che viaggiano “verso qualcosa di migliore”:
“Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie!”.
E ringrazia espressamente il sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, e l’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, per quello che fa, per l’aiuto, la sua vicinanza pastorale. Poi aggiunge:
“Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: O’ Scià!”
Il Papa ha così rivolto il pensiero alle domande che le letture del giorno suscitano alla coscienza di ogni uomo, di ogni tempo. “Adamo, dove sei?”, “Caino dov’è il tuo fratello”. Con il peccato, ha osservato, si rompe l’armonia e l’altro “non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere”. L’uomo diventa allora “disorientato” perché ha perso “il suo posto nella creazione” e crede “di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio”:
“Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito”.
“Dov’è tuo fratello?”, domanda ancora il Papa. Questa, ha ribadito, “non è una domanda rivolta ad altri”, ma a ciascuno di noi:
“Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!”
Quindi, ha denunciato con forza l’azione dei trafficanti, “quelli che sfruttano la povertà degli altri” e ne fanno “una fonte di guadagno”. Richiamando poi l’opera letteraria spagnola Fuente Ovejuna, ha evidenziato che anche oggi, come nella commedia di Lope de Vega, siamo portati a rispondere “tutti e nessuno” quando vengono chieste le nostre responsabilità:
“Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: ‘Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?’. Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna”.
Papa Francesco ha soggiunto che “siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano”. Anche noi, ha avvertito, “guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo ‘poverino’, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”:
“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza! Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.
Ritorna, ha detto il Papa, “la figura dell’Innominato di Manzoni”. La “globalizzazione dell’indifferenza – ha constatato con amarezza – ci rende tutti ‘innominati’, responsabili senza nome e senza volto”. Papa Francesco ha dunque levato una terza, drammatica domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”:
“Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del ‘patire con’: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”.
Nel Vangelo, ha detto ancora, abbiamo ascoltato il grido di Rachele che piange la morte dei suoi figli. Erode, ha detto, “ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi”:
“Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. ‘Chi ha pianto?’. Chi ha pianto oggi nel mondo?”.
Il Papa ha concluso l’omelia chiedendo perdono al Signore per “l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle”, per “l’anestesia del cuore” causata dal chiuderci nel nostro benessere. “Chiediamo perdono – ha detto – per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi”. Al termine della celebrazione, l’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, ha sintetizzato la gioia, la gratitudine e la commozione della gente di Lampedusa, migranti e comunità locale:
“Santo Padre, nel Suo abbraccio ci sentiamo tutti accolti, coloro che soffrono, e gli artigiani della pace che hanno fame e sete di giustizia. La Sua presenza e le parole da Lei pronunciate sono di sostegno sia per i nostri fratelli immigrati sia per le comunità di Lampedusa e Linosa che tante volte hanno portato un peso troppo grande facendosi carico di situazioni difficili affrontate sempre con grande generosità e amore. Grazie ancora Santo Padre!”.
Parole a cui ha risposto il Papa con un nuovo grazie ai lampedusani e, in particolare al parroco don Stefano Nastasi e alla sua comunità, per essere faro di solidarietà nell’accogliere con coraggio ma anche con “tenerezza” quanti cercano una vita migliore:
“Voglio ringraziarvi una volta in più, a voi lampedusani, per l’esempio di amore, per l’esempio di carità, per l’esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. (…) Grazie a voi e grazie a lei, don Stefano”
“E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta, per favore!”.
Il Papa non manca però di ricordare subito, con gratitudine, quanti, a Lampedusa come a Linosa, mostrano attenzione per le persone che viaggiano “verso qualcosa di migliore”:
“Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie!”.
E ringrazia espressamente il sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, e l’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, per quello che fa, per l’aiuto, la sua vicinanza pastorale. Poi aggiunge:
“Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: O’ Scià!”
Il Papa ha così rivolto il pensiero alle domande che le letture del giorno suscitano alla coscienza di ogni uomo, di ogni tempo. “Adamo, dove sei?”, “Caino dov’è il tuo fratello”. Con il peccato, ha osservato, si rompe l’armonia e l’altro “non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere”. L’uomo diventa allora “disorientato” perché ha perso “il suo posto nella creazione” e crede “di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio”:
“Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito”.
“Dov’è tuo fratello?”, domanda ancora il Papa. Questa, ha ribadito, “non è una domanda rivolta ad altri”, ma a ciascuno di noi:
“Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!”
Quindi, ha denunciato con forza l’azione dei trafficanti, “quelli che sfruttano la povertà degli altri” e ne fanno “una fonte di guadagno”. Richiamando poi l’opera letteraria spagnola Fuente Ovejuna, ha evidenziato che anche oggi, come nella commedia di Lope de Vega, siamo portati a rispondere “tutti e nessuno” quando vengono chieste le nostre responsabilità:
“Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: ‘Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?’. Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna”.
Papa Francesco ha soggiunto che “siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano”. Anche noi, ha avvertito, “guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo ‘poverino’, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”:
“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza! Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.
Ritorna, ha detto il Papa, “la figura dell’Innominato di Manzoni”. La “globalizzazione dell’indifferenza – ha constatato con amarezza – ci rende tutti ‘innominati’, responsabili senza nome e senza volto”. Papa Francesco ha dunque levato una terza, drammatica domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”:
“Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del ‘patire con’: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”.
Nel Vangelo, ha detto ancora, abbiamo ascoltato il grido di Rachele che piange la morte dei suoi figli. Erode, ha detto, “ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi”:
“Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. ‘Chi ha pianto?’. Chi ha pianto oggi nel mondo?”.
Il Papa ha concluso l’omelia chiedendo perdono al Signore per “l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle”, per “l’anestesia del cuore” causata dal chiuderci nel nostro benessere. “Chiediamo perdono – ha detto – per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi”. Al termine della celebrazione, l’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, ha sintetizzato la gioia, la gratitudine e la commozione della gente di Lampedusa, migranti e comunità locale:
“Santo Padre, nel Suo abbraccio ci sentiamo tutti accolti, coloro che soffrono, e gli artigiani della pace che hanno fame e sete di giustizia. La Sua presenza e le parole da Lei pronunciate sono di sostegno sia per i nostri fratelli immigrati sia per le comunità di Lampedusa e Linosa che tante volte hanno portato un peso troppo grande facendosi carico di situazioni difficili affrontate sempre con grande generosità e amore. Grazie ancora Santo Padre!”.
Parole a cui ha risposto il Papa con un nuovo grazie ai lampedusani e, in particolare al parroco don Stefano Nastasi e alla sua comunità, per essere faro di solidarietà nell’accogliere con coraggio ma anche con “tenerezza” quanti cercano una vita migliore:
“Voglio ringraziarvi una volta in più, a voi lampedusani, per l’esempio di amore, per l’esempio di carità, per l’esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. (…) Grazie a voi e grazie a lei, don Stefano”
domenica 7 luglio 2013
Il Papa all'Angelus: non abbiate paura della gioia che porta Dio nella vita.
“Perché l’Amore di Cristo maturi sempre più nella loro vita”. Ha chiesto il Papa a tutti i fedeli di pregare per i giovani in cammino vocazionale, “perché diventino veri missionari del regno di Dio”. Ispirato dal Vangelo domenicale Francesco ha ricordato che “Gesù non è un missionario isolato” “ma coinvolge i suoi discepoli”.
“Questo è molto bello! Gesù non vuole agire da solo, è venuto a portare nel mondo l’amore di Dio e vuole diffonderlo con lo stile della comunione, con lo stile della fraternità”.
Per questo forma subito una comunità missionaria di discepoli.
"Subito li allena alla missione, ad andare. Ma attenzione: lo scopo non è socializzare, passare il tempo insieme, no, lo scopo è annunciare il Regno di Dio, e questo è urgente!, e anche oggi è urgente! Non c’è tempo da perdere in chiacchiere, non bisogna aspettare il consenso di tutti, bisogna andare e annunciare. A tutti si porta la pace di Cristo, e se non la accolgono, si va avanti uguale".
“Quanti missionari “seminano vita salute, conforto alle periferie del mondo”, ha esclamato il Papa
“Che bello è questo, non vivere per se stesso, non vivere per se stessa, ma vivere per andare a fare del bene!”
Poi rivolto alle migliaia di giovani presenti in piazza san Pietro:
"Voi siete coraggiosi per questo, avete coraggio di sentire la voce di Gesù? E’ bello essere missionari!... Ah, siete bravi, mi piace questo!”
I discepoli di Gesù – ha chiarito il Papa - non rappresentano solo i ministri ordinati, i presbiteri e diaconi ma anche i catechisti e i fedeli laici impegnati con i malati o gli emarginati ma “sempre come missionari del Vangelo”. E se Gesù dà ai suoi discepoli “la forza di sconfiggere il maligno”, questa è opera sua.
“Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l'unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici. Ci aiuti la Madonna ed essere buoni operai del Vangelo".
Quindi il richiamo a non avere paura di essere gioiosi nell’accogliere il Signore:
“Non abbiate paura della gioia. Gioia e coraggio!”
Dopo la preghiera mariana, Francesco ha affidato a Maria la Lettera Enciclica Lumen Fidei, iniziata da Benedetto XVI, a seguire quelle sulla carità e sulla speranza. Un testo, ha detto, che “può essere utile anche a chi è alla ricerca di Dio e del senso della vita”.
"Io ho raccolto questo bel lavoro e l’ho portato a termine. Lo offro con gioia a tutto il Popolo di Dio: tutti infatti, specialmente oggi, abbiamo bisogno di andare all’essenziale della fede cristiana, di approfondirla, e di confrontarla con le problematiche attuali".
Infine i saluti, in particolare alle Suore Rosminiane e Francescane Angeline riunite per il Capitolo generale e ai giovani della diocesi di Roma in partenza per la GMG a Rio de Janeiro in Brasile.
“Cari giovani, anch’io mi sto preparando! Camminiamo insieme verso questa grande festa della fede; la Madonna ci accompagni e ci troveremo laggiù”.Angelus di F
“Questo è molto bello! Gesù non vuole agire da solo, è venuto a portare nel mondo l’amore di Dio e vuole diffonderlo con lo stile della comunione, con lo stile della fraternità”.
Per questo forma subito una comunità missionaria di discepoli.
"Subito li allena alla missione, ad andare. Ma attenzione: lo scopo non è socializzare, passare il tempo insieme, no, lo scopo è annunciare il Regno di Dio, e questo è urgente!, e anche oggi è urgente! Non c’è tempo da perdere in chiacchiere, non bisogna aspettare il consenso di tutti, bisogna andare e annunciare. A tutti si porta la pace di Cristo, e se non la accolgono, si va avanti uguale".
“Quanti missionari “seminano vita salute, conforto alle periferie del mondo”, ha esclamato il Papa
“Che bello è questo, non vivere per se stesso, non vivere per se stessa, ma vivere per andare a fare del bene!”
Poi rivolto alle migliaia di giovani presenti in piazza san Pietro:
"Voi siete coraggiosi per questo, avete coraggio di sentire la voce di Gesù? E’ bello essere missionari!... Ah, siete bravi, mi piace questo!”
I discepoli di Gesù – ha chiarito il Papa - non rappresentano solo i ministri ordinati, i presbiteri e diaconi ma anche i catechisti e i fedeli laici impegnati con i malati o gli emarginati ma “sempre come missionari del Vangelo”. E se Gesù dà ai suoi discepoli “la forza di sconfiggere il maligno”, questa è opera sua.
“Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l'unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici. Ci aiuti la Madonna ed essere buoni operai del Vangelo".
Quindi il richiamo a non avere paura di essere gioiosi nell’accogliere il Signore:
“Non abbiate paura della gioia. Gioia e coraggio!”
Dopo la preghiera mariana, Francesco ha affidato a Maria la Lettera Enciclica Lumen Fidei, iniziata da Benedetto XVI, a seguire quelle sulla carità e sulla speranza. Un testo, ha detto, che “può essere utile anche a chi è alla ricerca di Dio e del senso della vita”.
"Io ho raccolto questo bel lavoro e l’ho portato a termine. Lo offro con gioia a tutto il Popolo di Dio: tutti infatti, specialmente oggi, abbiamo bisogno di andare all’essenziale della fede cristiana, di approfondirla, e di confrontarla con le problematiche attuali".
Infine i saluti, in particolare alle Suore Rosminiane e Francescane Angeline riunite per il Capitolo generale e ai giovani della diocesi di Roma in partenza per la GMG a Rio de Janeiro in Brasile.
“Cari giovani, anch’io mi sto preparando! Camminiamo insieme verso questa grande festa della fede; la Madonna ci accompagni e ci troveremo laggiù”.Angelus di F
sabato 6 luglio 2013
Grazie Gesù di avermi chiamato!
“Misericordia io voglio e non sacrifici”: il Papa ripete le parole di Gesù ai farisei che criticano il Signore che mangia con i peccatori. E i pubblicani – spiega - “erano doppiamente peccatori, perché erano attaccati al denaro e anche traditori della patria” in quanto riscuotevano le tasse dal loro popolo per conto dei romani. Gesù, dunque, vede Matteo, il pubblicano, e lo guarda con misericordia:
“E quell’uomo, seduto al banco delle imposte, in un primo momento Gesù lo guarda e quest’uomo sente qualcosa di nuovo, qualcosa che non conosceva - quello sguardo di Gesù su di lui - sente uno stupore dentro, sente l’invito di Gesù: ‘Seguimi! Seguimi!’. In quel momento, quest’uomo è pieno di gioia, ma è anche un po’ dubbioso, perché è tanto attaccato ai soldi. E’ bastato un momento soltanto - che noi conosciamo come è riuscito ad esprimerlo il Caravaggio: quell’uomo che guardava, ma anche, con le mani, prendeva i soldi - soltanto un momento nel quale Matteo dice di sì, lascia tutto e va con il Signore. E’ il momento della misericordia ricevuta e accettata: ‘Sì, vengo con te!’. E’ il primo momento dell’incontro, un’esperienza spirituale profonda”.
“Poi viene un secondo momento: la festa”, “il Signore fa festa con i peccatori”: si festeggia la misericordia di Dio che “cambia la vita”. Dopo questi due momenti, lo stupore dell’incontro e la festa, viene “il lavoro quotidiano”, annunciare il Vangelo:
“Questo lavoro si deve alimentare con la memoria di quel primo incontro, di quella festa. E questo non è un momento, questo è un tempo: fino alla fine della vita. La memoria. Memoria di che? Di quei fatti! Di quell’incontro con Gesù che mi ha cambiato la vita! Che ha avuto misericordia! Che è stato tanto buono con me e mi ha detto anche: ‘Invita i tuoi amici peccatori, perché facciamo festa!’. Quella memoria dà forza a Matteo e a tutti questi per andare avanti. ‘Il Signore mi ha cambiato la vita! Ho incontrato il Signore!’. Ricordare sempre. E’ come soffiare sulle braci di quella memoria, no? Soffiare per mantenere il fuoco, sempre”.
Nelle parabole evangeliche si parla del rifiuto di tanti invitati alla festa del Signore. E Gesù è andato a “cercare i poveri, gli ammalati e ha fatto festa con loro”:
“E Gesù, continuando con questa abitudine, fa festa con i peccatori e offre ai peccatori la grazia. ‘Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti, ma i peccatori’. Chi si crede giusto, che si cucini nel suo brodo! Lui è venuto per noi peccatori e questo è bello. Lasciamoci guardare dalla misericordia di Gesù, facciamo festa e abbiamo memoria di questa salvezza!”.
“E quell’uomo, seduto al banco delle imposte, in un primo momento Gesù lo guarda e quest’uomo sente qualcosa di nuovo, qualcosa che non conosceva - quello sguardo di Gesù su di lui - sente uno stupore dentro, sente l’invito di Gesù: ‘Seguimi! Seguimi!’. In quel momento, quest’uomo è pieno di gioia, ma è anche un po’ dubbioso, perché è tanto attaccato ai soldi. E’ bastato un momento soltanto - che noi conosciamo come è riuscito ad esprimerlo il Caravaggio: quell’uomo che guardava, ma anche, con le mani, prendeva i soldi - soltanto un momento nel quale Matteo dice di sì, lascia tutto e va con il Signore. E’ il momento della misericordia ricevuta e accettata: ‘Sì, vengo con te!’. E’ il primo momento dell’incontro, un’esperienza spirituale profonda”.
“Poi viene un secondo momento: la festa”, “il Signore fa festa con i peccatori”: si festeggia la misericordia di Dio che “cambia la vita”. Dopo questi due momenti, lo stupore dell’incontro e la festa, viene “il lavoro quotidiano”, annunciare il Vangelo:
“Questo lavoro si deve alimentare con la memoria di quel primo incontro, di quella festa. E questo non è un momento, questo è un tempo: fino alla fine della vita. La memoria. Memoria di che? Di quei fatti! Di quell’incontro con Gesù che mi ha cambiato la vita! Che ha avuto misericordia! Che è stato tanto buono con me e mi ha detto anche: ‘Invita i tuoi amici peccatori, perché facciamo festa!’. Quella memoria dà forza a Matteo e a tutti questi per andare avanti. ‘Il Signore mi ha cambiato la vita! Ho incontrato il Signore!’. Ricordare sempre. E’ come soffiare sulle braci di quella memoria, no? Soffiare per mantenere il fuoco, sempre”.
Nelle parabole evangeliche si parla del rifiuto di tanti invitati alla festa del Signore. E Gesù è andato a “cercare i poveri, gli ammalati e ha fatto festa con loro”:
“E Gesù, continuando con questa abitudine, fa festa con i peccatori e offre ai peccatori la grazia. ‘Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti, ma i peccatori’. Chi si crede giusto, che si cucini nel suo brodo! Lui è venuto per noi peccatori e questo è bello. Lasciamoci guardare dalla misericordia di Gesù, facciamo festa e abbiamo memoria di questa salvezza!”.
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